Vaticano
Per i cinquant’anni dell’«Optatam totius» e della «Presbyterorum ordinis». Identikit del prete
L'Osservatore Romano
Per i cinquant’anni dell’«Optatam totius» e della «Presbyterorum ordinis». Identikit del prete
L'Osservatore Romano
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento che il cardinale segretario di Stato ha tenuto, il 19 novembre alla Pontificia università urbaniana, al convegno promosso dalla Congregazione per il clero in occasione del cinquantenario dei documenti conciliari «Optatam totius» e «Presbyterorum ordinis».
(Pietro Parolin) Aprendo il concilio ecumenico Vaticano II, san Giovanni XXIII concludeva il suo discorso con queste parole: «Il concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente! Tutto qui spira santità, suscita esultanza» (Discorso per la solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962).
A cinquant’anni dalla chiusura del concilio, riconoscenti per l’opera da esso svolta e animati dal desiderio di approfondirne le istanze, celebriamo il presente convegno, dedicato a due documenti: Optatam totius e Presbyterorum ordinis, che hanno offerto alla Chiesa un prezioso contributo sulla vocazione sacerdotale e sull’identità e la missione dei presbiteri.
Ci ritroviamo insieme a rileggere quanto i padri conciliari ci hanno tramandato, non per una commemorazione del tempo passato e, meno ancora, per una nostalgica rivisitazione dei testi, quanto, piuttosto, per approfondire il tesoro di queste due «perle» della formazione sacerdotale alla luce della storia che viviamo oggi. Il discernimento, infatti, è sempre chiamato a coniugare l’importanza della memoria con l’imprescindibile esigenza della profezia per l’ora presente.
La fede cristiana ha la sua radice nell’amore misericordioso che Dio Padre ci offre nel suo figlio Gesù Cristo. Questa è per noi «la buona notizia»: Dio si è fatto vicino, è diventato nostro prossimo, è venuto per liberarci e ad aprirci alla gioia dell’incontro con lui e con i fratelli. L’annuncio del Vangelo, pertanto, lungi dall’essere un deposito di definizioni cristallizzate, è una sorgente viva, che sempre si rinnova. Ce lo ricorda Papa Francesco, all’inizio dell’Evangelii gaudium: «Cristo è il “Vangelo eterno” (Ap 14, 6), ed è “lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13, 8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili. Egli è sempre giovane e fonte costante di novità. La Chiesa non cessa di stupirsi per “la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio” (Rm 11, 33). Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (n. 11).
È in questo spirito che intendiamo riflettere sui due importanti decreti conciliari. Essi si preoccupano della promozione e formazione delle vocazioni al sacerdozio e della fisionomia che i presbiteri devono assumere per vivere la missione che la Chiesa affida loro. In questa prospettiva, essi delineano la figura del Pastore, la sua identità, la sua spiritualità e la sua missione. Questi tratti — di cui negli ultimi decenni la Chiesa intera ha potuto apprezzare la bellezza — rimangono certamente una pista importante anche oggi. Occorre perciò lasciarsi interrogare dai molteplici cambiamenti che sono avvenuti nel tempo.
Tanti, infatti, sono i mutamenti e le sfide che riguardano la Chiesa e, in particolare, i suoi pastori. La società e la cultura, in permanente evoluzione, hanno richiesto alla Chiesa di farsi attenta interprete dei “segni dei tempi”, attraverso nuove forme del suo “stare” nel mondo, mediante percorsi più attuali di evangelizzazione e «capacità di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (Evangelii gaudium, n. 41); la stessa storia ecclesiale di questi ultimi anni, pur essendo talvolta segnata da ferite e oscurità, ha vissuto intensi momenti di comunione e di gioia, e ha potuto risplendere nella sua bellezza, grazie alla guida pastorale dei Pontefici e all’azione apostolica di molti credenti. Neppure può essere taciuta, però, una certa disaffezione rispetto al messaggio cristiano e alla pratica cristiana, soprattutto da parte dell’uomo occidentale che, a fronte di innegabili progressi in campo sociale, scientifico e tecnologico, rischia di chiudersi nel secolarismo e — come ha ricordato Benedetto XVI — «va incontro a un’atrofia spirituale, a un vuoto del cuore» (Messaggio urbi et orbi, Natale 2005).
Queste sfide toccano da vicino il cuore dei presbiteri e ci invitano a impegnare tutte le nostre energie, umane e pastorali, a sostegno della promozione vocazionale e del rinnovamento dell’identità presbiterale.
In questo cammino, siamo incoraggiati dalla incisività del magistero di Papa Francesco, che ci invita costantemente a riscoprire la vicinanza compassionevole di Gesù buon pastore e la sua disponibilità al servizio, fino al dono totale di sé. L’identikit del presbitero, che emerge dalle parole del Pontefice, riconduce il prete alla sua identità fondamentale: egli non è e non deve essere un funzionario del sacro, un burocrate avvolto nel narcisismo o chiuso nella formalità, e neanche una sorta di «capo» che spadroneggia sul gregge e si lascia abbagliare dalla «mondanità spirituale»; piuttosto, il popolo di Dio ha bisogno di uomini unti dallo Spirito, abitati dalla consapevolezza che «l’unzione non è per profumare se stessi» (Francesco, Omelia santa messa del crisma, 28 marzo 2013), ma per uscire e annunciare il Vangelo, in special modo fra i poveri e i sofferenti, condividendo lo stile di Cristo, che si mette a servizio dell’umanità, lava i piedi ai discepoli e offre gratuitamente la propria vita per tutti.
Come si può vivere questa configurazione a Cristo buon pastore? Come imparare da lui quella carità che renda i nostri cuori pronti alla missione, nella prospettiva del servizio e del dono? E se il buon pastore, unto dal Padre per annunciare ai poveri la buona notizia, è figura e modello dell’identità sacerdotale, quali percorsi formativi offrire all’inizio e durante il cammino? Queste le fondamentali domande che il convegno intende porsi. Esse manifestano l’esigenza, emersa in questi ultimi anni, di considerare la figura e la missione del prete alla luce di un unico e integrale cammino discepolare, che va dalla cura iniziale della vocazione fino alla formazione permanente. Infatti, come ha ricordato Papa Francesco rivolgendosi all’assemblea plenaria della Congregazione per il clero, il 3 ottobre dello scorso anno, la formazione sacerdotale è la cura di quel «diamante grezzo», che è la vocazione; non si tratta di essere istruiti in alcune nozioni, bensì di poter vivere un’esperienza discepolare di intimità con il Maestro.
Pertanto, ha affermato il Santo Padre, «la formazione non può essere un compito a termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. A volte procediamo spediti, altre volte il nostro passo è incerto, ci fermiamo e possiamo anche cadere, ma sempre restando in cammino. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona, intellettualmente, umanamente e spiritualmente. La formazione iniziale e quella permanente vengono distinte perché richiedono modalità e tempi diversi, ma sono le due metà di una sola realtà, la vita del discepolo chierico, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela» (Discorso alla plenaria della Congregazione per il clero, 3 ottobre 2014).
I sacerdoti non sono scelti in base a meriti o capacità personali, né i frutti del loro ministero sono direttamente proporzionali alla loro attività e alle metodologie pastorali. Essi, invece, possono essere resi partecipi della missione di Cristo nella misura in cui il loro cammino è cadenzato, come quello dei primi discepoli, sulle orme del Maestro; allo stesso modo, il seme sparso nelle loro fatiche apostoliche, germoglia e porta frutto se questo cammino discepolare continua nel tempo, nutrendosi di un’intima relazione con il Signore, coltivando le necessarie virtù umane e spirituali, restando aperti al dono dello Spirito e alla carità verso il suo popolo.
Una vocazione, perciò, perché la scelta è di Dio; una formazione, che investe e trasforma la persona dall’inizio del suo percorso, mantenendola nel discepolato permanente; e, infine, una missione, perché «Ogni vocazione è per la missione e la missione dei ministri ordinati è l’evangelizzazione, in ogni sua forma» (Francesco, Discorso alla plenaria della Congregazione per il clero, 3 ottobre 2014).
(Pietro Parolin) Aprendo il concilio ecumenico Vaticano II, san Giovanni XXIII concludeva il suo discorso con queste parole: «Il concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente! Tutto qui spira santità, suscita esultanza» (Discorso per la solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962).
A cinquant’anni dalla chiusura del concilio, riconoscenti per l’opera da esso svolta e animati dal desiderio di approfondirne le istanze, celebriamo il presente convegno, dedicato a due documenti: Optatam totius e Presbyterorum ordinis, che hanno offerto alla Chiesa un prezioso contributo sulla vocazione sacerdotale e sull’identità e la missione dei presbiteri.
Ci ritroviamo insieme a rileggere quanto i padri conciliari ci hanno tramandato, non per una commemorazione del tempo passato e, meno ancora, per una nostalgica rivisitazione dei testi, quanto, piuttosto, per approfondire il tesoro di queste due «perle» della formazione sacerdotale alla luce della storia che viviamo oggi. Il discernimento, infatti, è sempre chiamato a coniugare l’importanza della memoria con l’imprescindibile esigenza della profezia per l’ora presente.
La fede cristiana ha la sua radice nell’amore misericordioso che Dio Padre ci offre nel suo figlio Gesù Cristo. Questa è per noi «la buona notizia»: Dio si è fatto vicino, è diventato nostro prossimo, è venuto per liberarci e ad aprirci alla gioia dell’incontro con lui e con i fratelli. L’annuncio del Vangelo, pertanto, lungi dall’essere un deposito di definizioni cristallizzate, è una sorgente viva, che sempre si rinnova. Ce lo ricorda Papa Francesco, all’inizio dell’Evangelii gaudium: «Cristo è il “Vangelo eterno” (Ap 14, 6), ed è “lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13, 8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili. Egli è sempre giovane e fonte costante di novità. La Chiesa non cessa di stupirsi per “la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio” (Rm 11, 33). Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (n. 11).
È in questo spirito che intendiamo riflettere sui due importanti decreti conciliari. Essi si preoccupano della promozione e formazione delle vocazioni al sacerdozio e della fisionomia che i presbiteri devono assumere per vivere la missione che la Chiesa affida loro. In questa prospettiva, essi delineano la figura del Pastore, la sua identità, la sua spiritualità e la sua missione. Questi tratti — di cui negli ultimi decenni la Chiesa intera ha potuto apprezzare la bellezza — rimangono certamente una pista importante anche oggi. Occorre perciò lasciarsi interrogare dai molteplici cambiamenti che sono avvenuti nel tempo.
Tanti, infatti, sono i mutamenti e le sfide che riguardano la Chiesa e, in particolare, i suoi pastori. La società e la cultura, in permanente evoluzione, hanno richiesto alla Chiesa di farsi attenta interprete dei “segni dei tempi”, attraverso nuove forme del suo “stare” nel mondo, mediante percorsi più attuali di evangelizzazione e «capacità di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (Evangelii gaudium, n. 41); la stessa storia ecclesiale di questi ultimi anni, pur essendo talvolta segnata da ferite e oscurità, ha vissuto intensi momenti di comunione e di gioia, e ha potuto risplendere nella sua bellezza, grazie alla guida pastorale dei Pontefici e all’azione apostolica di molti credenti. Neppure può essere taciuta, però, una certa disaffezione rispetto al messaggio cristiano e alla pratica cristiana, soprattutto da parte dell’uomo occidentale che, a fronte di innegabili progressi in campo sociale, scientifico e tecnologico, rischia di chiudersi nel secolarismo e — come ha ricordato Benedetto XVI — «va incontro a un’atrofia spirituale, a un vuoto del cuore» (Messaggio urbi et orbi, Natale 2005).
Queste sfide toccano da vicino il cuore dei presbiteri e ci invitano a impegnare tutte le nostre energie, umane e pastorali, a sostegno della promozione vocazionale e del rinnovamento dell’identità presbiterale.
In questo cammino, siamo incoraggiati dalla incisività del magistero di Papa Francesco, che ci invita costantemente a riscoprire la vicinanza compassionevole di Gesù buon pastore e la sua disponibilità al servizio, fino al dono totale di sé. L’identikit del presbitero, che emerge dalle parole del Pontefice, riconduce il prete alla sua identità fondamentale: egli non è e non deve essere un funzionario del sacro, un burocrate avvolto nel narcisismo o chiuso nella formalità, e neanche una sorta di «capo» che spadroneggia sul gregge e si lascia abbagliare dalla «mondanità spirituale»; piuttosto, il popolo di Dio ha bisogno di uomini unti dallo Spirito, abitati dalla consapevolezza che «l’unzione non è per profumare se stessi» (Francesco, Omelia santa messa del crisma, 28 marzo 2013), ma per uscire e annunciare il Vangelo, in special modo fra i poveri e i sofferenti, condividendo lo stile di Cristo, che si mette a servizio dell’umanità, lava i piedi ai discepoli e offre gratuitamente la propria vita per tutti.
Come si può vivere questa configurazione a Cristo buon pastore? Come imparare da lui quella carità che renda i nostri cuori pronti alla missione, nella prospettiva del servizio e del dono? E se il buon pastore, unto dal Padre per annunciare ai poveri la buona notizia, è figura e modello dell’identità sacerdotale, quali percorsi formativi offrire all’inizio e durante il cammino? Queste le fondamentali domande che il convegno intende porsi. Esse manifestano l’esigenza, emersa in questi ultimi anni, di considerare la figura e la missione del prete alla luce di un unico e integrale cammino discepolare, che va dalla cura iniziale della vocazione fino alla formazione permanente. Infatti, come ha ricordato Papa Francesco rivolgendosi all’assemblea plenaria della Congregazione per il clero, il 3 ottobre dello scorso anno, la formazione sacerdotale è la cura di quel «diamante grezzo», che è la vocazione; non si tratta di essere istruiti in alcune nozioni, bensì di poter vivere un’esperienza discepolare di intimità con il Maestro.
Pertanto, ha affermato il Santo Padre, «la formazione non può essere un compito a termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. A volte procediamo spediti, altre volte il nostro passo è incerto, ci fermiamo e possiamo anche cadere, ma sempre restando in cammino. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona, intellettualmente, umanamente e spiritualmente. La formazione iniziale e quella permanente vengono distinte perché richiedono modalità e tempi diversi, ma sono le due metà di una sola realtà, la vita del discepolo chierico, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela» (Discorso alla plenaria della Congregazione per il clero, 3 ottobre 2014).
I sacerdoti non sono scelti in base a meriti o capacità personali, né i frutti del loro ministero sono direttamente proporzionali alla loro attività e alle metodologie pastorali. Essi, invece, possono essere resi partecipi della missione di Cristo nella misura in cui il loro cammino è cadenzato, come quello dei primi discepoli, sulle orme del Maestro; allo stesso modo, il seme sparso nelle loro fatiche apostoliche, germoglia e porta frutto se questo cammino discepolare continua nel tempo, nutrendosi di un’intima relazione con il Signore, coltivando le necessarie virtù umane e spirituali, restando aperti al dono dello Spirito e alla carità verso il suo popolo.
Una vocazione, perciò, perché la scelta è di Dio; una formazione, che investe e trasforma la persona dall’inizio del suo percorso, mantenendola nel discepolato permanente; e, infine, una missione, perché «Ogni vocazione è per la missione e la missione dei ministri ordinati è l’evangelizzazione, in ogni sua forma» (Francesco, Discorso alla plenaria della Congregazione per il clero, 3 ottobre 2014).
L'Osservatore Romano, 20 novembre 2015.