L'Osservatore Romano
(Heinz Kuluke, Superiore generale della Società del Verbo Divino) Il primo gennaio 2009, la Santa Sede, tramite il Pontificio Consiglio della cultura e la Pontificia Commissione di archeologia sacra, invitò i missionari del Verbo Divino a farsi carico dell’amministrazione delle catacombe di Domitilla, a Roma. Con gioia, il nostro consiglio generale mise a disposizione di questa missione una comunità composta da due fratelli e due sacerdoti. Essi lavorano a tempo pieno, aiutati da una squadra di collaboratori, laiche e laici. La celebrazione dei cinquant’anni del concilio Vaticano II e dell’Anno della vita consacrata hanno aperto i nostri occhi su un importante evento che ebbe luogo proprio nelle catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965. Negli ultimi anni, infatti, vari gruppi ecclesiali, teologi e studiosi di diverse parti del mondo sono tornati a diffondere il contenuto di un documento noto come “il Patto delle catacombe”.
Pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, quarantadue padri conciliari celebrarono l’eucaristia nelle catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» ritornando ai propri impegni pastorali nelle loro rispettive diocesi. Il documento consiste in una esortazione rivolta ai «fratelli nell’episcopato» per condurre una «vita di povertà» e a essere una Chiesa «serva e povera», conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII durante il concilio. Il gruppo rappresentava altri ottantadue vescovi del cosiddetto gruppo “Chiesa dei poveri” che si riunivano periodicamente, durante il concilio, nel collegio belga a Roma. Li accompagnarono importanti teologi, tra cui padre Yves Congar, il quale, al termine della prima sessione del concilio, pubblicò il libro Per una Chiesa serva e povera.
Il teologo e storico brasiliano José Oscar Beozzo, coordinatore generale del Centro Ecuménico de Serviços a Evangelizaçao e Educaçao Popular, ha compiuto vari studi sul Patto delle catacombe, evidenziando come esso fosse la pubblica espressione del cammino e dell’impegno di questo gruppo della “Chiesa dei poveri”, formatosi a partire dalla prima sessione del concilio per ispirazione del prete operaio Paul Gauthier e della religiosa carmelitana Marie-Thérèse Lescase (la quale pure si fece operaia a Nazaret) e dell’arcivescovo di Olinda e Recife, Hélder Pessoa Câmara, uno dei campioni nella lotta per la giustizia e la pace del ventesimo secolo. Quest’ultimo aiutò a redigere e firmò il Patto, ma non era presente il giorno della celebrazione, perché impegnato nella redazione del documento conciliare Gaudium et spes.
Lo studio mostra anche come la provenienza del primo gruppo dei vescovi firmatari fosse molto vasta: America latina e Caraibi, America del Nord, Asia, Africa ed Europa. Tra di loro si trovava anche il vescovo argentino di La Rioja, Enrique Angelelli, morto il 4 agosto 1976 in un incidente stradale durante il periodo dei militari in Argentina. Il padre Beozzo sottolinea come, in un periodo posteriore, il Patto delle catacombe ricevette l’adesione di altri cinquecento padri conciliari.
È interessante osservare, riguardo al Patto, come l’espressione «Chiesa dei poveri» di Giovanni XXIII fu ripresa nel concilio, il 7 dicembre 1962, dal cardinale arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, il quale, in un discorso memorabile e con chiarezza teologica, manifestò che «il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre, ma soprattutto oggi, il mistero di Cristo nei poveri perché la Chiesa è la Chiesa di tutti, ma soprattutto è la Chiesa dei poveri». Il cardinale Lercaro mise in risalto che la Chiesa non solo doveva essere “per” i poveri ma che doveva anche essere “dei” poveri. Essi dovevano sentirsi nella loro propria casa, non soltanto come oggetto di carità ma come soggetti attivi e privilegiati della vita e della missione della Chiesa.
Durante il suo discorso, il porporato si riferì a temi che, più tardi, sarebbero diventati il cuore del Patto delle catacombe: «Che si scegliesse la povertà come segno e forma della Chiesa di Cristo», partendo da proposte concrete sull’uso dei beni temporali in modo individuale, comunitario e strutturale e che ci si confrontasse con «un nuovo stile di vita per non scontrarsi con la sensibilità degli uomini del nostro tempo e dare ai poveri occasione di scandalo».
Un’altra cosa che richiamò l’attenzione di quello speciale gruppo di lavoro fu il fatto che, circa due mesi prima che il Patto fosse firmato, il 12 settembre 1965, Papa Paolo VI volle visitare proprio le catacombe di Domitilla. Lì egli disse: «Qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica».
Quasi cinquant’anni dopo, Papa Francesco, un uomo che viene da un continente dove molti vescovi hanno fatto sforzi enormi per applicare il concilio Vaticano II al contesto di povertà, assume come programma del suo pontificato il tema di «una Chiesa povera, una Chiesa per i poveri». Quelle parole del Papa hanno incoraggiato diversi gruppi ad avviare le celebrazioni per i cinquant’anni del Patto delle catacombe. Così, a partire dal mese di novembre dello scorso anno, si sono tenute speciali celebrazioni nelle catacombe di Domitilla. La Commissione giustizia, pace e salvaguardia del creato dell’Unione internazionale delle superiore generali e dell’Unione dei superiori generali, per esempio, ha organizzato una veglia di preghiera. I missionari del Verbo Divino e le missionarie Serve dello Spirito Santo hanno avuto una giornata di riflessione nelle catacombe il 15 gennaio 2015 in occasione della festa del fondatore, sant’Arnoldo Janssen. E così via sino ai numerosi appuntamenti di questi giorni.
Per comprendere l’importanza di queste celebrazioni può essere utile ricordare le parole di suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione internazionale delle superiore generali: «Il testo del Patto delle catacombe richiama ciascuno di noi, a livello individuale e di congregazione, a un nuovo momento di riflessione e conversione. Ci invita a esaminare i nostri atteggiamenti e valori; ci invita a gettare uno sguardo sulla nostra vita per valutare se questa è una testimonianza autentica di vita evangelica. Il Patto rende concreto quanto è necessario per dare una risposta all’appello per vivere uno stile di vita semplice, costruire relazioni ecclesiali di collaborazione e predisporsi all’incontro delle persone che soffrono ingiustizia ed esclusione».
Una riflessione profonda presente anche negli interrogativi posti da padre David Kinnear Glenday, già superiore generale dei comboniani e ora segretario generale dell’Unione dei superiori generali: «La freschezza del Vangelo: non è la musica che risuona nelle brevi, ma potenti pagine del Patto? Non è questo un appello a vivere ciò che realmente importa, affinché ciò che è superfluo e secondario semplicemente sparisca? Non è un invito a una libertà evangelica, ad affrettare il passo per condividere la buona novella? Non è un invito a confidare nel fatto che il potere del Vangelo si trova qui, per essere scoperto in ogni avvenimento e persona, in ogni periferia del nostro mondo?».
L'Osservatore Romano, 13 novembre 2015.
(Heinz Kuluke, Superiore generale della Società del Verbo Divino) Il primo gennaio 2009, la Santa Sede, tramite il Pontificio Consiglio della cultura e la Pontificia Commissione di archeologia sacra, invitò i missionari del Verbo Divino a farsi carico dell’amministrazione delle catacombe di Domitilla, a Roma. Con gioia, il nostro consiglio generale mise a disposizione di questa missione una comunità composta da due fratelli e due sacerdoti. Essi lavorano a tempo pieno, aiutati da una squadra di collaboratori, laiche e laici. La celebrazione dei cinquant’anni del concilio Vaticano II e dell’Anno della vita consacrata hanno aperto i nostri occhi su un importante evento che ebbe luogo proprio nelle catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965. Negli ultimi anni, infatti, vari gruppi ecclesiali, teologi e studiosi di diverse parti del mondo sono tornati a diffondere il contenuto di un documento noto come “il Patto delle catacombe”.
Pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, quarantadue padri conciliari celebrarono l’eucaristia nelle catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» ritornando ai propri impegni pastorali nelle loro rispettive diocesi. Il documento consiste in una esortazione rivolta ai «fratelli nell’episcopato» per condurre una «vita di povertà» e a essere una Chiesa «serva e povera», conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII durante il concilio. Il gruppo rappresentava altri ottantadue vescovi del cosiddetto gruppo “Chiesa dei poveri” che si riunivano periodicamente, durante il concilio, nel collegio belga a Roma. Li accompagnarono importanti teologi, tra cui padre Yves Congar, il quale, al termine della prima sessione del concilio, pubblicò il libro Per una Chiesa serva e povera.
Il teologo e storico brasiliano José Oscar Beozzo, coordinatore generale del Centro Ecuménico de Serviços a Evangelizaçao e Educaçao Popular, ha compiuto vari studi sul Patto delle catacombe, evidenziando come esso fosse la pubblica espressione del cammino e dell’impegno di questo gruppo della “Chiesa dei poveri”, formatosi a partire dalla prima sessione del concilio per ispirazione del prete operaio Paul Gauthier e della religiosa carmelitana Marie-Thérèse Lescase (la quale pure si fece operaia a Nazaret) e dell’arcivescovo di Olinda e Recife, Hélder Pessoa Câmara, uno dei campioni nella lotta per la giustizia e la pace del ventesimo secolo. Quest’ultimo aiutò a redigere e firmò il Patto, ma non era presente il giorno della celebrazione, perché impegnato nella redazione del documento conciliare Gaudium et spes.
Lo studio mostra anche come la provenienza del primo gruppo dei vescovi firmatari fosse molto vasta: America latina e Caraibi, America del Nord, Asia, Africa ed Europa. Tra di loro si trovava anche il vescovo argentino di La Rioja, Enrique Angelelli, morto il 4 agosto 1976 in un incidente stradale durante il periodo dei militari in Argentina. Il padre Beozzo sottolinea come, in un periodo posteriore, il Patto delle catacombe ricevette l’adesione di altri cinquecento padri conciliari.
È interessante osservare, riguardo al Patto, come l’espressione «Chiesa dei poveri» di Giovanni XXIII fu ripresa nel concilio, il 7 dicembre 1962, dal cardinale arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, il quale, in un discorso memorabile e con chiarezza teologica, manifestò che «il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre, ma soprattutto oggi, il mistero di Cristo nei poveri perché la Chiesa è la Chiesa di tutti, ma soprattutto è la Chiesa dei poveri». Il cardinale Lercaro mise in risalto che la Chiesa non solo doveva essere “per” i poveri ma che doveva anche essere “dei” poveri. Essi dovevano sentirsi nella loro propria casa, non soltanto come oggetto di carità ma come soggetti attivi e privilegiati della vita e della missione della Chiesa.
Durante il suo discorso, il porporato si riferì a temi che, più tardi, sarebbero diventati il cuore del Patto delle catacombe: «Che si scegliesse la povertà come segno e forma della Chiesa di Cristo», partendo da proposte concrete sull’uso dei beni temporali in modo individuale, comunitario e strutturale e che ci si confrontasse con «un nuovo stile di vita per non scontrarsi con la sensibilità degli uomini del nostro tempo e dare ai poveri occasione di scandalo».
Un’altra cosa che richiamò l’attenzione di quello speciale gruppo di lavoro fu il fatto che, circa due mesi prima che il Patto fosse firmato, il 12 settembre 1965, Papa Paolo VI volle visitare proprio le catacombe di Domitilla. Lì egli disse: «Qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica».
Quasi cinquant’anni dopo, Papa Francesco, un uomo che viene da un continente dove molti vescovi hanno fatto sforzi enormi per applicare il concilio Vaticano II al contesto di povertà, assume come programma del suo pontificato il tema di «una Chiesa povera, una Chiesa per i poveri». Quelle parole del Papa hanno incoraggiato diversi gruppi ad avviare le celebrazioni per i cinquant’anni del Patto delle catacombe. Così, a partire dal mese di novembre dello scorso anno, si sono tenute speciali celebrazioni nelle catacombe di Domitilla. La Commissione giustizia, pace e salvaguardia del creato dell’Unione internazionale delle superiore generali e dell’Unione dei superiori generali, per esempio, ha organizzato una veglia di preghiera. I missionari del Verbo Divino e le missionarie Serve dello Spirito Santo hanno avuto una giornata di riflessione nelle catacombe il 15 gennaio 2015 in occasione della festa del fondatore, sant’Arnoldo Janssen. E così via sino ai numerosi appuntamenti di questi giorni.
Per comprendere l’importanza di queste celebrazioni può essere utile ricordare le parole di suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione internazionale delle superiore generali: «Il testo del Patto delle catacombe richiama ciascuno di noi, a livello individuale e di congregazione, a un nuovo momento di riflessione e conversione. Ci invita a esaminare i nostri atteggiamenti e valori; ci invita a gettare uno sguardo sulla nostra vita per valutare se questa è una testimonianza autentica di vita evangelica. Il Patto rende concreto quanto è necessario per dare una risposta all’appello per vivere uno stile di vita semplice, costruire relazioni ecclesiali di collaborazione e predisporsi all’incontro delle persone che soffrono ingiustizia ed esclusione».
Una riflessione profonda presente anche negli interrogativi posti da padre David Kinnear Glenday, già superiore generale dei comboniani e ora segretario generale dell’Unione dei superiori generali: «La freschezza del Vangelo: non è la musica che risuona nelle brevi, ma potenti pagine del Patto? Non è questo un appello a vivere ciò che realmente importa, affinché ciò che è superfluo e secondario semplicemente sparisca? Non è un invito a una libertà evangelica, ad affrettare il passo per condividere la buona novella? Non è un invito a confidare nel fatto che il potere del Vangelo si trova qui, per essere scoperto in ogni avvenimento e persona, in ogni periferia del nostro mondo?».
L'Osservatore Romano, 13 novembre 2015.