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L'Osservatore Romano
La dichiarazione di Beirut. Nel giugno del 2015, l’associazione islamica benefica Maqâsid ha promosso la stesura della Dichiarazione di Beirut, un documento che si prefigge di contrastare la violenza religiosa e promuovere una cultura islamica illuminata. Uno degli estensori denuncia le nozioni brandite dall’estremismo eversore sia contro i cristiani sia contro i musulmani. Pubblichiamo stralci del suo intervento apparso sul numero di novembre 2015 di «Oasis», rivista semestrale della Fondazione internazionale Oasis, pubblicata in italiano, francese, inglese e arabo, ora edita da Marsilio.(Muhammad Sammak) La preoccupazione che oggi attanaglia i cristiani orientali non è infondata. Essa è una reazione ai tragici eventi che hanno scosso molti Paesi arabi, e di cui sono stati vittime i cristiani. Per la loro fede sono stati uccisi, costretti all’emigrazione, fatti prigionieri e privati dei loro luoghi di culto, delle chiese e dei monasteri. All’ondata di estremismo religioso, con la sua violenza e l’estensione del suo dominio su vaste aree (dell’Iraq e della Siria in particolare), ma soprattutto con i suoi slogan takfiristi ed eversori, non è corrisposta un’ondata islamica di segno contrario capace di rispondere con forza sul piano giuridico e pratico. Ciò ha accresciuto nei cristiani un sentimento di frustrazione e timore per il loro futuro e destino. La colossale emigrazione verso l’estero che ne è seguita è un fenomeno che non ha precedenti nella storia moderna delle relazioni islamo-cristiane. Dalla metà del XX secolo a oggi la percentuale dei cristiani presenti nell’Oriente arabo si è più che dimezzata e l’emorragia è destinata ad aggravarsi se l’estremismo eversore continuerà a crescere. Sono molteplici le ragioni della preoccupazione dei cristiani. La più importante di queste è legata alle nozioni religiose brandite dai movimenti estremisti islamici, che le considerano tra le costanti del credo islamico, ciò che di fatto non sono.
Alcuni movimenti islamici estremisti negano la fede di cristiani ed ebrei sulla base dell’errata comprensione di due versetti coranici: «In verità la religione, presso Dio, è l’islam» (3, 19) e «chiunque desideri una religione diversa dall’islam, non gli sarà accettata da Dio» (3, 85). Ciò avviene attraverso una visione esclusivista della fede in Dio, che viene circoscritta al solo messaggio di Muhammad. In verità questa comprensione errata allontana gli stessi movimenti islamici dallo spirito dell’islam e dall’essenza del testo coranico. L’islam infatti è abbandono all’unico Dio. Alla luce di questa precisazione, essere musulmani non significa credere esclusivamente in ciò che ha rivelato Muhammad. L’essenza dell’islam è credere in tutti i profeti e in tutti gli inviati, da Abramo a Muhammad, e in tutte le scritture celesti che sono state loro rivelate in quanto scritture ispirate da Dio, in particolare il Vangelo e la Torah che, ricorda il Corano, contengono «retta guida e luce» (5, 44-46).
La dhimmitudine non è una nozione coranica e tanto meno uno statuto religioso. Essa è un «patto» civile concluso (in un dato periodo) tra due parti: i musulmani al potere e i cristiani protetti. All’epoca in cui i musulmani hanno istituito questo sistema non ne esisteva uno migliore e più equo per regolare la convivenza con i non-musulmani. Oggi invece esiste il concetto di cittadinanza. Nel periodo mamelucco e ottomano questo patto ha suscitato malcontento perché faceva del cristiano un cittadino di seconda classe e, nel quadro da esso stabilito, il cristiano era attaccato nella sua dignità e privato dei suoi diritti. Rievocare oggi questa nozione equivale ad auspicare il ritorno a quegli eccessi disumani, incivili e irreligiosi. Per questa ragione i cristiani vedono nella dhimma un attentato al patriottismo e alla convivenza. E hanno ragione. La dhimma è una nozione anacronistica e non ha più valore da quando gli stessi contraenti hanno sciolto il patto su cui essa si fondava ed è nato lo Stato nazionale, fatto da musulmani e cristiani insieme. Con il consolidamento della nozione di cittadinanza, che garantisce l’uguaglianza tra i cittadini a prescindere dalla religione, dalla confessione, dalla razza e dal genere, la dhimma diventa un fatto storico, non una norma definitiva e stabile. Va da sé che superare la dhimma non significa superare la sharia islamica né tanto meno la dottrina islamica. La dhimmitudine è una pagina triste di una lunga storia che ha visto periodi luminosi e periodi bui, come sottolinea l’Esortazione Apostolica sul Libano del 1995.
Ogni volta che sorge un problema politico che coinvolge dei cristiani, che si tratti di un partito o di un’autorità politica o religiosa, vengono loro rinfacciate le crociate in modo da diffamarli, danneggiarli e screditarli. Ma la realtà è che le crociate in Oriente non furono operazioni di proselitismo cristiano. Si trattò di campagne espansionistiche condotte dall’Occidente sotto l’insegna della croce per liberare Gerusalemme dai musulmani. Lo prova il fatto che le prime vittime di quelle campagne furono i fedeli delle Chiese orientali e gli ebrei, da Costantinopoli alla stessa Gerusalemme. I crociati hanno distrutto chiese, ucciso monaci e sacerdoti, dato alle fiamme paesi e villaggi cristiani abitati da gente pacifica.
La Chiesa copta ha canonizzato alcune suore uccise dai crociati. Gli storici arabi capirono presto come stavano realmente le cose e infatti definirono queste spedizioni «campagne franche». Essi sapevano che i cristiani orientali erano stati vittime di queste campagne tanto quanto i musulmani.
Allo stesso modo, ogni volta che scoppia una crisi nelle relazioni tra gli arabi e gli Stati Uniti o con qualsiasi Stato europeo, i cristiani arabi vengono accusati di essere una quinta colonna del nemico occidentale contro i musulmani e gli arabi. L’origine di questo errore, anzi di questo vero e proprio peccato, sta nella confusione che si genera nelle menti degli estremisti islamici tra le nozioni di Occidente e Cristianesimo. Così essi immaginano che il Cristianesimo orientale sia un’estensione dell’Occidente, la sua punta di lancia, o che i cristiani orientali siano ciò che resta dei crociati conquistatori. Due fatti smentiscono questa visione.
Oggi poi, dopo l’avvento del cosiddetto Stato islamico, è tornato di moda il richiamo al Califfato. Esso viene inteso come uno Stato religioso che emargina i cristiani. Tuttavia esso non è un’istituzione prevista dal Corano e neppure un lascito del Profeta. Fondamentalmente nell’islam non esiste uno Stato religioso clericale, come recentemente ha ricordato anche al-Azhar. Il Califfato è un’istituzione sulla quale si è raggiunto un accordo in seguito alla morte del Profeta per dare autorevolezza al sovrano musulmano in quanto successore di Muhammad.
Il fenomeno del fanatismo e dell’estremismo, che tanto preoccupano i cristiani orientali, costituiscono la ragione principale della loro emigrazione. Oltre a intaccare i fondamenti fragili della cittadinanza, l’estremismo, con la sua deviazione dai fondamenti della sbarra e del diritto islamico e la sua pretesa di monopolio della verità, è un importante fattore che si aggiunge agli elementi politici ed economici responsabili dell’emigrazione di cui soffrono le nostre società nazionali.
Quest’emigrazione è in sé una delle cause dell’islamofobia, perché veicola in Occidente il messaggio che convivere con l’islam non è possibile perché l’islam rifiuta l’altro. L’Occidente risponde con la stessa logica: se l’islam rifiuta l’altro, come può accettare noi? E se per sua natura non ci accetta, perché mai noi dovremmo accettarlo? Ne deriva che l’emigrazione dei cristiani dall’Oriente non provoca solo lo sfaldamento del tessuto sociale nazionale e la perdita di competenze culturali, scientifiche ed economiche uniche, ma danneggia anche la presenza islamica in Occidente e nel mondo, riflettendosi negativamente sulle relazioni islamo-cristiane e accentuando il sentimento di rifiuto per l’islam e la discriminazione verso i musulmani.
L’islamofobia ha delle ripercussioni nei Paesi musulmani in cui i cristiani orientali sono vittime, generando quella che può essere definita cristianofobia. E questo, come abbiamo detto, è dovuto alla mancata distinzione tra l’Occidente e il Cristianesimo. Ne deriva un incremento dell’estremismo non solo in Oriente ma anche in Occidente, ciò che pregiudica ulteriormente le relazioni islamo-cristiane.
Alla luce di tutto ciò non è possibile, o forse non è più possibile, curare isolatamente ognuno di questi fenomeni poiché l’uno è conseguente e complementare all’altro. Arrestare l’emorragia dell’esodo cristiano è possibile solo a condizione di riuscire ad arginare l’estremismo e il fanatismo nelle società islamiche. I cristiani e i musulmani arabi e orientali hanno l’eccezionale responsabilità di custodire i rapporti islamo-cristiani mettendo da parte provocazioni reciproche. I cristiani possono veicolare al mondo un’immagine costruttiva di convivenza con i musulmani, ma perché questo sia possibile è necessario che essi vivano in patria in condizioni pacifiche e costruttive. Ma questo non può accadere se essi non godono dei diritti di una cittadinanza piena. Da parte loro i musulmani possono aiutare i loro concittadini cristiani a svolgere questo ruolo, ma per farlo devono a loro volta poter vivere in un contesto pacifico e costruttivo. Questo non è possibile se non si sradica la cultura del rifiuto dell’altro e non si favorisce la cultura del rispetto delle libertà individuali e collettive, ciò che consente di realizzare la piena cittadinanza dei diritti e dei doveri.
Le nostre società arabe lamentano una mancanza di democrazia e un eccesso di estremismo e fanatismo. L’assenza di democrazia imposta da regimi tirannici opprimenti contrasta con i requisiti necessari per gestire società plurali dal punto di vista religioso, confessionale ed etnico, rafforza il fanatismo, e soffia sul fuoco della divisione e della lacerazione. A farne le spese sono i diritti di cittadinanza e la libertà religiosa che essi implicano, che vengono sistematicamente violati.
In sintesi possiamo perciò affermare che i cristiani orientali sono cittadini originari e non casuali della regione. Essi non appartengono alla cultura occidentale, né sono un prolungamento politico dell’Europa, ma sono tra gli artefici della cultura araba, tra i custodi della sua lingua e tra i costruttori dei Paesi arabi e difensori della loro sovranità. La loro sofferenza è un aspetto di una sofferenza complessiva di tutti i popoli della regione. L’unica via di uscita da questa situazione è la cittadinanza, con il rispetto dei diritti dell’uomo, delle comunità e il consolidamento dei rapporti islamo-cristiani a ogni livello.
Opporsi con la buona parola all’ondata estremista è un diritto e un dovere. È un diritto della società e un dovere di ogni uomo di fede che aspiri all’unità, alla sicurezza e alla pace della sua società, sia in Libano che negli altri Stati arabi.
Uscire dalla crisi di fiducia che ha scosso e dominato le relazioni islamo-cristiane è possibile riacquistando quello spirito conciliante — e non solo tollerante — che è proprio dell’islam. Questa riscoperta è complementare a quella dello spirito del Cristianesimo sancito nella dichiarazione Nostra aetate nel 1965.
Per la prima volta il Concilio ha manifestato non solo la sua stima per i musulmani, che professano l’unicità di Dio, onorano la madre del Messia e il Messia venerandolo come profeta, ma ha altresì dichiarato che «le divergenze con i musulmani costituiscono un pericolo per la fede nel Dio unico, il quale ha creato tutti gli uomini e li ha chiamati alla redenzione e alla felicità». Esso ha fissato un principio fondamentale: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno».
È vero che, in Medio Oriente in generale ma in Libano in particolare, i musulmani e i cristiani vivevano già prima del Vaticano II sentimenti di fratellanza reciproca. Tuttavia il Concilio ha dato a questa fratellanza una base teologica, cosicché la fratellanza nazionale si è unita alla fratellanza di fede nell’unico Dio. Tale fratellanza non può essere solamente uno slogan, ma deve tradursi nell’atteggiamento individuale e collettivo e nella vita pubblica. Alla luce di questo si spiega l’insistenza dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente sul diritto e sul dovere dei cristiani «di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla costruzione della loro patria», e sul fatto che «godano di piena cittadinanza e non siano trattati come cittadini o credenti inferiori».
Il musulmano in Medio Oriente, e in particolare in Libano, può fare a meno del cristiano per praticare i propri riti religiosi e consolidare la sua relazione spirituale con Dio. Nella stessa misura, o forse in misura maggiore, il cristiano può fare a meno del musulmano; ma nessuno dei due può fare a meno dell’altro nella sua vita. La vita infatti, come dice Martin Buber, è l’incontro con l’altro. E l’incontro non avviene tra simili, avviene tra diversi.
L'Osservatore Romano, 15 novembre 2015.