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Villa Nazareth
(Vincenzo Buonomo)  Villa Nazareth (Roma), 20-21 novembre 2015 - Nelle diverse letture che si succedono sulla realtà internazionale e sulle prospettive che si intravedono per il futuro, si impone  un’attenzione sempre più marcata e costante per il profilo della regolamentazione delle relazioni internazionali, pur riconoscendo la variabilità di situazioni, comportamenti e concezioni che si registrano quotidianamente nella dinamica della Comunità internazionale. Di qui l’idea di un’analisi attenta, quasi una metodologia di lettura che intende offrire il Convegno Il governo di un modo multipolare, organizzato a Roma, a Villa Nazareth prendendo spunto dai quarant’anni ormai trascorsi dalla storica firma dell’Atto finale di Helsinki a conclusione del lungo negoziato della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Un evento che vide tra i protagonisti il Card. Achille Silvestrini che di Villa Nazareth resta centrale riferimento.   
Di fronte all’interrogativo sul come governare le attuali relazioni internazionali, si risponde elencando le sfide, sempre più consistenti e mutevoli,  resta un dato evidente negli approfondimenti volti a considerare i diversi protagonisti della vita internazionale è la loro pluralità : Stati, Popoli, Organizzazioni internazionali, governative e non governative, fino alla più ampia dimensione della società civile o degli attori non statali. Si tratta, infatti,  di rapporti che per loro natura rivestono un carattere del tutto “particolare”, in cui si intersecano elementi di ordine politico, economico, culturale, giuridico e non ultimo religioso che possono assumere un diverso peso e considerazione. Per questo sono generalmente utilizzati come altrettanti indicatori per cogliere modifiche, riqualificazioni o deterioramento dei rapporti stessi e che hanno in comune la circostanza di essere veicoli di interessi. Un fatto non immediatamente negativo, anche se spesso tali interessi sono divergenti, non sempre raggiungibili o percorribili e in alcuni casi poco ispirati all’idea di una pacifica e ordinata coesistenza in grado di tradursi in termini di giustizia, di solidarietà o di capacità ad unire tendenze contrastanti.
Ma come leggere il sistema delle relazioni internazionali in un mondo che ama ormai  definirsi globale e nel quale si percepiscono cambiamenti repentini? E come giustificare l’attuale fisionomia della Comunità internazionale che appare come la coesistenza di spazi individuali, marcati da sovranità spesso contrapposte? Si tratta di interrogativi che trovano una ragionevole sintesi nella ricerca di una governance delle relazioni internazionali e cioè delle questioni e dei processi in atto che presentano una necessaria interdipendenza quanto ai presupposti ed ai modi di essere affrontati. Basta il riferimento ad alcuni dati che permettono di leggere la realtà mondiale ee, quella delle relazioni internazionali, indicandone ad un tempo la complessità e favorendo una comprensione della loro dimensione più aderente alla situazione reale.
L’immagine che la famiglia umana offre di se è quella di migliaia di Popoli e di etnie, la cui specificità è data dalla manifestazione di identità differenti, ognuna delle quali richiede propri spazi di realizzazione e a volte di mera sopravvivenza. Tra Stati, Organizzazioni internazionali istituite in funzione di diversi settori della cooperazione internazionale e dei differenti aspetti della vita sociale la Comunità internazionale – in cui spicca la carenza di una dimensione centralizzata delle funzioni autoritative – si presenta come un articolato insieme di situazioni, realtà, strutture che, in modi diversi, coinvolgono, interessano o addirittura condizionano la vita dei 7 miliardi di persone che abitano il pianeta. E questo è il contesto all’interno del quale si realizzano i rapporti internazionali mediante scelte e orientamenti di natura politica, economica, sociale, culturale che utilizzano gli istituti e le regole che propri del diritto internazionale.
Un contesto che, pur delimitato nel suo spazio, tende costantemente a cambiare ed a produrre mutamenti, con una velocità tanto sostenuta da sfuggire al controllo anche delle analisi più attente e collaudate delle relazioni internazionali, pronte a valutare su scala planetaria i processi della politica, dell’economia, del diritto. Un mondo – ma a questo punto meglio si direbbe: un’umanità – che pur avendo in un passato anche recente assistito al crollo di certezze, smarrito punti di riferi¬mento che sembravano destinati a durare nel tempo, si ritrova alle prese con situazioni nuove, impreviste, sconosciute in alcuni casi, che immediatamente si presentano di difficile soluzione in relazione agli strumenti di cui la stessa azione internazionale al momento dispone. Anche il rinvio alle scelte globali ed ai conseguenti effetti globali non riesce a motivare i gravi deficit che si manifestano nella vita della Comunità internazionale fatti di contrapposizione, approcci disomogenei ai problemi, perseguimento di interessi parziali o particolari, tutti sinonimi di instabilità, insicurezza, sottosviluppo, povertà.
Uno scenario che ci permette di costatare da un lato l’impossibilità di procedere a soluzioni unilaterali, dall’altro esprime la tendenza a riporre ogni possibile soluzione nell’esercizio della tradizionale volontà di potenza. Settant’anni di vigenza dei principi raccolti nella Carta delle Nazioni Unite e – per un ambito geopolitico più ristretto – quaranta di effetti dell’Atto finale di Helsinki sembrano non aver scalfito un modello di rapporti internazionali che sembrava ormai superato o almeno assopito. Una constatazione che riporta alla mente le aspettative legate ai fatti del 1989, con la cadu¬ta di quel muro che dal 1961 era diventato il segno della divisione di Berlino, della Germania, dell’Europa, e addirittura del mondo. Quel crollo fissava l’immagine della conclusione definitiva del secon¬do conflitto mondiale, ma faceva rinascere l’entusiasmo dei popoli non solo dell’Europa, ma riaccendeva la speranza delle Nazioni del sud del pianeta: sembrava delinearsi un mondo senza confini – ideologici e politici soprattutto – destinato ad unirsi intorno a valori come la libertà, la democrazia, i diritti umani, l’eliminazione della povertà o a strumenti come la cooperazione, il libero mercato, le strategie di sviluppo.
Oggi, invece, non sfugge il fatto che nella convivenza della famiglia umana, espressa anche dalla dimensione internazionale, trovano spazio sentimenti di contrapposizione, di conflitto e finanche di odio e di violenza. Anzi molto spesso proprio la dinamica dei rapporti nella Comunità mondiale è capace di appropriarsene, trasformandoli in tensioni, conflitti, atti terroristici, guerre o, ancora più ampiamente, in una limitata cultura dell’internazionalità che appare  sempre più dimessa e solo in grado di elaborare strategie per “lottare contro qualcosa” (povertà, terrorismo, traffico di esseri umani, fame, inquinamento, sono solo alcuni degli obiettivi individuati), piuttosto che prevenire i segnali di destabilizzazione o demandare ad una soluzione pacifica i conflitti che si manifestano. Gli effetti di questa impostazione sono evidenti quando si ripropone l’uso della forza come strumento per la soluzione di controversie di diverso tipo, o si creano situazioni di fatto sulla cui base poi determinare nuovi assetti di tipo politico, territoriale, economico internazionalmente rilevanti; o addirittura si giunge a giustificare atti e fatti che non solo presentano evidenti violazioni di ordine giuridico, ma più che mai sono distanti dai fondamentali parametri etici tradizionalmente riconosciuti come base della coesistenza internazionale. Non passa, infatti, inosservato che al mancato rispetto delle regole fondative del diritto internazionale si aggiungono evidenti negazioni dell’ordine etico che è presupposto alle relazioni internazionali, con atteggiamenti attivi od omissivi, che si spingono fino al ricorso alla clausola del “ciò che non è proibito è permesso”.
Questo scenario, di cui siamo protagonisti e non solo spettatori, riflette sul piano delle relazioni internazionali la realtà di un mondo che sperimenta al suo interno i segni della divisione: paradossalmente, mai come in questo momento il paradigma della globalizzazione ha fatto diventare certezza l’unitarietà della realtà fisica del pianeta, mentre il quotidiano svolgersi della vita sulla terra non riesce ad esprimere – né a sperimentare – tale dimensione. E così, mentre gli effet¬ti negativi di quanto avviene sono immediatamente percepiti in ogni Paese e da ogni persona, accomunando – spes¬so con drammatica evidenza – tutto e tutti, diversamente non si considera essen¬ziale, e forse nemmeno possibile, puntare ad un’effettiva unità che significa tra l’altro condivisione di obiettivi ed azioni.
Non si tratta di affermazioni o di immagini retoriche, né di una sem¬plice controtendenza rispetto a quanto accade nello svolgersi della vita internazionale, quanto piuttosto del richiamo ai principi ed alle regole su cui strutturare una pacifica convivenza planetaria che, oggi come in passato, trova accoglienza da parte delle diverse culture, quale parte connaturata al patrimonio spirituale e materiale di ogni Persona, Popolo, Comunità umana. Un percorso che per essere condiviso necessita, però, di una costante verifica rispetto alle situazioni che cambiano.   
Le spinte verso ritornanti isolamenti o i desideri di potenza richiedono che il valore dell’unità della famiglia umana sia confrontato con quanto si riscontra all’interno dei singoli Paesi come pure, in modo particolareggiato, nel più vasto contesto della Comunità internazionale: le diverse comunità o gruppi umani da un lato affermano la propria identità, richiedendone allo stesso tempo un generale rispetto, dall’altro vogliono rendersi protagonisti, e non solo spettatori, di quei processi e quelle decisioni che interessano la loro esistenza e soprattutto il loro futuro. E questo desiderio di affermarsi quali identità e come tali partecipare alle scelte nell’ambito politico, economico, e più ampiamente del sociale, tende sempre più a trasformarsi nella rivendicazione di un diritto all’identità e di un diritto alla partecipazione, spesso facendo uso di toni esasperati
 Di fronte a questo quadro il Convegno vuole interrogarsi sui possibili scenari che investono l’oggi della famiglia umana e ne condizioneranno il futuro, avendo piena coscienza della presenza di una “diversità” marcata e sostenuta che abbraccia i profili più diversi. Infatti alle tradizionali differenze etniche, religiose, linguistiche, nazionali si affiancano oggi quelle  culturali, socio-economiche, mentre rivendicano un riconoscimento sempre più forte quelle dettate da stili di vita e concezioni antropologiche più disparate e comunque distanti dalla consueta lettura dei dati sociali ispirata a valori e principi generalmente riconosciuti. Eppure, nei limiti determinati da fattori immediati (o contingenti?) – come il superamento della crisi economico-finanziaria, il riassetto dei mercati, la lotta alla povertà, la prevenzione e l’eliminazione del fenomeno terroristico, la protezione dell’ambiente naturale – o dalle situazioni tradizionalmente espresse nella dinamica della Comunità internazionale – libertà degli Stati, garanzia del dominio riservato, necessità di cooperare – è dato di cogliere l’ansia di una dimensione anche istituzionale realmente inter-nazionale e persino sovra-nazionale delle relazioni internazionali di fronte a questioni che richiedono risposte comuni e simultanee in termini di governance.
La riflessione del Convegno vuole contribuire a delineare una struttura di metodo e di contenuti a quell’esigenza di costruire una nuova relazionalità tra i protagonisti del¬la vita internazionale, oltre quella formalmente già esistente ed operante rappresentata dalle relazioni diplomatiche, dal rapporto associativo realizzato all’interno di Organismi e Conferenze internazionali fino alle forme di “dialogo” istituzionalizzate, comprese quelle realizzate attorno alla  dimensione religiosa. E questo cercando di leggere gli indicatori capaci di ampliare il nucleo dei principi ispiratori, dei valori condivisi e delle regole comuni della vita internazionale sulla cui base diventa possibile individuare altrettanti obiettivi e quindi instradare le differenti capacità e stimoli, come il 1º agosto 1975 fece l’Atto finale di Helsinki.