Italia
A Firenze Papa Francesco potrà sostare oggi davanti alla "Crocifissione bianca" di Marc Chagall, uno dei dipinti che ama di più
(a cura Redazione "Il sismografo")
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano) (NdR - Riproponiamo l'articolo che abbiamo puublicato lo scorso 26 ottobre) Sulla "Crocifissione bianca" di Marc Chagall (1938, l'anno della Notte dei cristalli in Germania e delle leggi razziali fasciste in Italia), il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nella conversazione con Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin (El Jesuita, 2010), sottolinea che a suo avviso il dipinto "non è crudele", anzi "dà speranza" e aggiunge "il dolore viene mostrato con serietà. Penso che sia una delle cose più belle che lui abbia dipinto".
Successivamente Papa Francesco, nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica, ha ricordato ancora questo famoso dipinto tra le opere che più ama. Ora, il 10 novembre, in occasione della sua Visita a Firenze, per incontrare i partecipanti al Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale (9 - 13 novembre) il Pontefice potrà ammirare l'opera e per lui sarà un momento di grande importanza. “Siamo lieti di poter offrire al Santo Padre e a tutti i partecipanti al Convegno ecclesiale questa esperienza culturale e spirituale che si può definire unica”, ha detto pochi giorni fa l'arcivescovo di Firenze cardinale Giuseppe Betori.
Il dipinto - 155cm x140 cm - sarà collocato il 9 novembre in Battistero nel lato dell’ottagono fra la Porta nord e quella est. Il dipinto è evocazione dolorosa della persecuzione degli ebrei, si legge nella nota della diocesi, e “dialogherà con i mosaici del 1200 della cupola e dell’abside, rappresentando così l’unità del messaggio fra l’arte antica e quella contemporanea, la stessa tensione degli artisti di tutti i tempi verso la trascendenza”.
L’iniziativa è stata possibile grazie alla disponibilità dell’Art Institute di Chicago, da cui proviene il celebre dipinto, della Fondazione Palazzo Strozzi e dell’Opera del Duomo di Firenze. L’opera sarà trasferita al Battistero eccezionalmente da Palazzo Strozzi per poi ritornarvi fino al 24 gennaio 2016 per la mostra “Bellezza divina: tra Van Gogh, Chagall e Fontana”.
Per poter apprezzare la ricchezza e complessità del dipinto, denso di elementi narrativi e richiami simbolici, riportiamo le sintetiche ma precise analisi di due esperti: Giuseppe Frangi e Rodolfo Casadei.
Per poter apprezzare la ricchezza e complessità del dipinto, denso di elementi narrativi e richiami simbolici, riportiamo le sintetiche ma precise analisi di due esperti: Giuseppe Frangi e Rodolfo Casadei.
Giuseppe Frangi scrive: "Chagall, ebreo, vuole raccontare le persecuzioni che la sua gente stava subendo, e per dare più forza al tutto mette sorprendentemente al centro la figura di Cristo crocefisso. La narrazione può iniziare da sinistra, dove un gruppo di rivoluzionari in bandiera rossa marcia su una villaggio in fiamme; avanzando in senso antiorario troviamo un gruppo di persone che sta cercando salvezza scappando su un battello: la concitazione dei gesti rende con immediatezza la drammaticità della situazione. Altri, invece, nell’angolo stanno scappando dalla scena ma anche quasi dal quadro, per portare in salvo i rotoli della legge. Passata la menorah (il candelabro a 7 braccia), si vede un’altra donna che fugge con un bambino e un uomo che si porta in salvo con un magro sacco sulle spalle. Salendo si incontra l’altra polarità della persecuzione: un militante nazista sembra danzare trionfante dopo aver dato fuoco alla sinagoga. Poco sopra una donna e due rabbini piangono disperatamente fluttuando nell’oscurità causata dal fumo dell’incendio. Il cerchio si chiude nel particolare più toccante e disarmato della storia: tre personaggi del Vecchio Testamento piangono e si disperano guardando il disastro che là sotto gli uomini hanno combinato. Ma, messo di fronte a questa insostenibile quantità di dolore, la libera fantasia di Chagall approda a quell’immagine, così poco ortodossa rispetto alla sua religione, che sola esprime l’idea di una presenza di Dio davanti alla sofferenza degli uomini. È il grande Crocifisso bianco, bianco per il cono di luce che dall’alto scende su di lui. Con un sorprendente e poetico tocco di sincretismo Chagall riveste Gesù non con il consueto perizoma, ma con un tallit, il tipico scialle ebraico. Con Chagall tutto questo rimescolamento avviene in assoluta naturalezza, sul fondo di quel bianco che ha sì un aspetto freddo e drammatico, ma che alla fine fa da amalgama. La sua pittura è libera, com’è libero il suo cuore che d’istinto allaccia relazioni impreviste, che associa tradizioni, storie, simboli: lui ha una fortunata vocazione a non farsi intimidire dalle differenze e a non vedere gli steccati. A cogliere le affinità piuttosto che le opposizioni. In questo si capisce perché possa piacere al nuovo vescovo di Roma."
Rodolfo Casadei spiega: "I simboli di Chagall si prestano a molte letture, e qualcuno potrebbe proporre interpretazioni diverse da queste. C’è chi nelle fiamme di cui è ricco il dipinto ha voluto vedere un richiamo ai forni crematori, che nel 1938 di certo non esistevano. Chi ha parlato di un parallelo fra le persecuzioni antigiudaiche dei nazisti (individuabili nel personaggio che distrugge gli arredi della sinagoga) e quelle dei bolscevichi, raffigurati da soldati con la bandiera rossa nei pressi del villaggio ribaltato. In realtà la citazione dell’Armata Rossa simboleggia probabilmente l’unica e insufficiente speranza umana di resistenza e riscatto di fronte all’ondata antisemita, piuttosto che un fattore della persecuzione. Chagall fu Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk all’indomani della rivoluzione bolscevica, prima di emigrare in Francia, e nel 1943, temporaneamente emigrato negli Stati Uniti, contribuì a far raccogliere aiuti per le forze armate sovietiche che combattevano l’invasione nazista. Papa Francesco non ignora certamente tutte queste complessità dell’olio su tela di Chagall. Non sappiamo su quali giudizi estetici e contenutistici si fondi la sua preferenza per questa opera. Il contrasto fra il crocifisso pacificato e silenzioso e il mondo intorno lacerato e scosso, l’apparente riconciliazione fra Gesù in croce e il suo popolo nel momento di massima persecuzione di quest’ultimo, a sua volta crocefisso, la discreta e insieme inisistita e insistente invocazione a Cristo a scendere dalla croce, devono averlo certamente colpito. Essendo un pastore di anime, ad averlo colpito di più dovrebbe essere stato soprattutto il grido blasfemo e umanissimo dell’artista. Nel cuore di papa Francesco c’è posto anche per gli uomini esasperati."