Italia
Avvenire
(Luciano Moia) La costruzione dell' umano attraverso il percorso privilegiato della relazione, il rapporto tra responsabilità e fedeltà, l' esercizio della coscienza rettamente formata nella prospettiva della libertà, del bene e della norma. Sono i temi proposti dal vescovo di Novara Giulio Franco Brambilla, vicepresidente Cei, alla vigilia del convegno ecclesiale di Firenze. Riflessioni che il presule-teologo ha condensato in un volumetto Adamo, dove sei? Sulle tracce dell' uomo (Editrice Cittadella, pagine 133, euro 11,5) La lezione del Sinodo appena concluso - che l' ha vista tra i padri sinodali - può contribuire alla ricerca di quel nuovo umanesimo che si propone il Convegno di Firenze? Certamente, perché dà un esempio concreto dell' umanesimo cristiano: la sua novità si dice sempre in rapporto all' universale umano, che è plurale non solo nelle diverse culture e religioni, ma anche nei cinque continenti. Chi confronta l' Intrumentum Laboris e la Relatio finalis noterà la distanza siderale tra i due testi. In mezzo c' è stata tanta attenzione alle diverse voci del mondo e una comune passione, animata dallo Spirito, ad ascoltare l' umano nella sua cellula germinale. La famiglia non esiste allo stato puro, ma sempre nella varietà delle sue forme culturali. Ognuno provi a pensare alla storia della sua. Nella Relazione finale del Sinodo ci sono tanti riferimenti al primato della coscienza. Nel suo libro Adamo, dove sei? Sulle tracce dell' uomo lei parla della «lampada della coscienza » come auto-consapevolezza, capacità di distinguere il bene dal male. Che spazio rimane per la libertà dell' uomo nell' impegno di trovare un equilibrio tra soggettivismo della coscienza e oggettività della norma? La «lampada della coscienza», come capacità di distinguere il bene dal male, è il luogo sorgivo della libertà. Per questo la coscienza è un santuario inviolabile, indisponibile a ogni manomissione esterna. Ma la libertà non diventa vera che nel cimento della storia. Per questo non si tratta di stare sul filo dell' equilibrista tra co- scienza e norma, per non cadere nel baratro del soggettivismo o rimbalzare sul muro dell' oggettivismo. Il rapporto è a tre: la coscienza deve poter scegliere il bene attraverso la norma. Il bene si rende presente nella legge come un dono promesso per la coscienza, presente come promessa, ma ancora assente come dono compiuto. La legge è l' appello del bene alla responsabilità. Per questo pone la libertà in cammino: la Legge ( torah) appare un' istruzione sul cammino nel deserto per trovare l' identità personale e di popolo e poter entrare nella terra promessa. Lei dice che la questione dell'«umano umanizzante » è per eccellenza la sfida educativa e propone cinque passaggi eloquenti per dare concretezza a questo obiettivo. Sullo sfondo rimane un dubbio. Perché oggi si è perso questa grammatica di base dell' atto del trasmettere? È una causa semplice e profonda insieme: quando tutto intorno ci parlava del rischio e della fatica del generare, insieme tutto concorreva a trasmettere la grammatica dell' umano e soprattutto a praticarla. Oggi che si ha della procreazione (e dei suoi problemi) una comprensione prevalentemente medicalizzata, è necessario dire che generare l' umano è molto di più. Nel mio libro raccolgo in termini educativi l' indicazione di una coppia di amici sociologi: generare è desiderare, concepire, mettere al mondo, prendersi cura, lasciar andare. Sarà un caso, ma ascoltando sul campo l' umano, si apre la possibilità di dirvi e donarvi l' eccedenza del cristiano. Di un umanesimo «nuovo». Pensare al cammino a due come durata richiede innanzi tutto, lei spiega, un esercizio di volontà che ci deve far superare il mimetismo strisciante che è adeguamento alla mentalità comune. Non crede che la durata possa essere valorizzata anche come virtù civile in modo tale da essere apprezzata anche al di là dell' ambito della fede? La durata è una dimensione del tempo, la fedeltà è la modalità umana di viverla. Se noi chiedessimo dove sta la grazia dell' essere «adulti», molti - penso - la identificherebbero nella responsabilità: è adulto chi è responsabile delle sue azioni. Ma questa non ne è che la condizione. Noi siamo bloccati sempre a difendere la qualità dell' azione, ma poco a promuoverne il suo frutto. Adulto è chi, in forza della responsabilità, permane nella fedeltà. Fedele non è chi pretende di fare tutto, ma scommette di realizzare l' universale nel particolare, il tutto nel frammento, l' amore in questa alleanza nuziale, la vita in questa vocazione, l' intuizione in questa professione, il genio in questa scoperta, la solidarietà in questo servizio alla società. E tutto ciò dovremmo narrare ai nostri figli… l' educazione è il racconto del mestiere di vivere! Identità-alterità-libertà. Un cammino, lei sostiene, attraverso cui si realizza la costruzione dell' umano. Come si realizza, in termini semplici, questo percorso? Il problema di tutti oggi è la costruzione dell' umano. L' uomo e la donna, tra le specie superiori sono le meno condizionate e le più plastiche. Per questo non si può realizzare se stessi se non in rapporto all' altro, se non mettendosi in gioco in una storia, se non portando alla parola (e al senso) tali relazioni. La relazione all' altro (del tu, del noi sociale, della casa comune); l' azione responsabile nella storia, la trasformazione culturale del mondo non aprono la strada al «racconto» di un «nuovo» umanesimo? Si pensi all' uso che papa Francesco fa della parola: dice la novità cristiana dentro le ferite e le speranze delle esperienze umane con linguaggi semplici e folgoranti. Il segreto è semplice: è la stessa eloquenza dell' incarnazione del Verbonel grembo dell' umano. Di una famiglia umana.
(Luciano Moia) La costruzione dell' umano attraverso il percorso privilegiato della relazione, il rapporto tra responsabilità e fedeltà, l' esercizio della coscienza rettamente formata nella prospettiva della libertà, del bene e della norma. Sono i temi proposti dal vescovo di Novara Giulio Franco Brambilla, vicepresidente Cei, alla vigilia del convegno ecclesiale di Firenze. Riflessioni che il presule-teologo ha condensato in un volumetto Adamo, dove sei? Sulle tracce dell' uomo (Editrice Cittadella, pagine 133, euro 11,5) La lezione del Sinodo appena concluso - che l' ha vista tra i padri sinodali - può contribuire alla ricerca di quel nuovo umanesimo che si propone il Convegno di Firenze? Certamente, perché dà un esempio concreto dell' umanesimo cristiano: la sua novità si dice sempre in rapporto all' universale umano, che è plurale non solo nelle diverse culture e religioni, ma anche nei cinque continenti. Chi confronta l' Intrumentum Laboris e la Relatio finalis noterà la distanza siderale tra i due testi. In mezzo c' è stata tanta attenzione alle diverse voci del mondo e una comune passione, animata dallo Spirito, ad ascoltare l' umano nella sua cellula germinale. La famiglia non esiste allo stato puro, ma sempre nella varietà delle sue forme culturali. Ognuno provi a pensare alla storia della sua. Nella Relazione finale del Sinodo ci sono tanti riferimenti al primato della coscienza. Nel suo libro Adamo, dove sei? Sulle tracce dell' uomo lei parla della «lampada della coscienza » come auto-consapevolezza, capacità di distinguere il bene dal male. Che spazio rimane per la libertà dell' uomo nell' impegno di trovare un equilibrio tra soggettivismo della coscienza e oggettività della norma? La «lampada della coscienza», come capacità di distinguere il bene dal male, è il luogo sorgivo della libertà. Per questo la coscienza è un santuario inviolabile, indisponibile a ogni manomissione esterna. Ma la libertà non diventa vera che nel cimento della storia. Per questo non si tratta di stare sul filo dell' equilibrista tra co- scienza e norma, per non cadere nel baratro del soggettivismo o rimbalzare sul muro dell' oggettivismo. Il rapporto è a tre: la coscienza deve poter scegliere il bene attraverso la norma. Il bene si rende presente nella legge come un dono promesso per la coscienza, presente come promessa, ma ancora assente come dono compiuto. La legge è l' appello del bene alla responsabilità. Per questo pone la libertà in cammino: la Legge ( torah) appare un' istruzione sul cammino nel deserto per trovare l' identità personale e di popolo e poter entrare nella terra promessa. Lei dice che la questione dell'«umano umanizzante » è per eccellenza la sfida educativa e propone cinque passaggi eloquenti per dare concretezza a questo obiettivo. Sullo sfondo rimane un dubbio. Perché oggi si è perso questa grammatica di base dell' atto del trasmettere? È una causa semplice e profonda insieme: quando tutto intorno ci parlava del rischio e della fatica del generare, insieme tutto concorreva a trasmettere la grammatica dell' umano e soprattutto a praticarla. Oggi che si ha della procreazione (e dei suoi problemi) una comprensione prevalentemente medicalizzata, è necessario dire che generare l' umano è molto di più. Nel mio libro raccolgo in termini educativi l' indicazione di una coppia di amici sociologi: generare è desiderare, concepire, mettere al mondo, prendersi cura, lasciar andare. Sarà un caso, ma ascoltando sul campo l' umano, si apre la possibilità di dirvi e donarvi l' eccedenza del cristiano. Di un umanesimo «nuovo». Pensare al cammino a due come durata richiede innanzi tutto, lei spiega, un esercizio di volontà che ci deve far superare il mimetismo strisciante che è adeguamento alla mentalità comune. Non crede che la durata possa essere valorizzata anche come virtù civile in modo tale da essere apprezzata anche al di là dell' ambito della fede? La durata è una dimensione del tempo, la fedeltà è la modalità umana di viverla. Se noi chiedessimo dove sta la grazia dell' essere «adulti», molti - penso - la identificherebbero nella responsabilità: è adulto chi è responsabile delle sue azioni. Ma questa non ne è che la condizione. Noi siamo bloccati sempre a difendere la qualità dell' azione, ma poco a promuoverne il suo frutto. Adulto è chi, in forza della responsabilità, permane nella fedeltà. Fedele non è chi pretende di fare tutto, ma scommette di realizzare l' universale nel particolare, il tutto nel frammento, l' amore in questa alleanza nuziale, la vita in questa vocazione, l' intuizione in questa professione, il genio in questa scoperta, la solidarietà in questo servizio alla società. E tutto ciò dovremmo narrare ai nostri figli… l' educazione è il racconto del mestiere di vivere! Identità-alterità-libertà. Un cammino, lei sostiene, attraverso cui si realizza la costruzione dell' umano. Come si realizza, in termini semplici, questo percorso? Il problema di tutti oggi è la costruzione dell' umano. L' uomo e la donna, tra le specie superiori sono le meno condizionate e le più plastiche. Per questo non si può realizzare se stessi se non in rapporto all' altro, se non mettendosi in gioco in una storia, se non portando alla parola (e al senso) tali relazioni. La relazione all' altro (del tu, del noi sociale, della casa comune); l' azione responsabile nella storia, la trasformazione culturale del mondo non aprono la strada al «racconto» di un «nuovo» umanesimo? Si pensi all' uso che papa Francesco fa della parola: dice la novità cristiana dentro le ferite e le speranze delle esperienze umane con linguaggi semplici e folgoranti. Il segreto è semplice: è la stessa eloquenza dell' incarnazione del Verbonel grembo dell' umano. Di una famiglia umana.